UNA SCUOLA PER...CRESCERE???
di
Rosalba
Sgroia
Dopo aver letto l’opuscolo "Una scuola per crescere", il primo impulso è stato quello di cestinarlo. Così ho fatto. Poi, a casa di una mia collega, mi è ricapitato tra le mani e avvertendolo come un oggetto misterioso e ambiguo ho voluto rileggerlo, almeno per cercare di individuare quel qualcosa che non mi "sconfinferava", quel qualcosa che la prima volta mi ha indotto a compiere "l’insano" gesto.
Un non addetto ai lavori potrebbe ( dico potrebbe, perché molti genitori hanno chiaro il quadro che si sta prospettando) annuire e convenire su quanto è stato scritto, ma un insegnante sa perfettamente che non tutto è oro quel che riluce.
Questa scuola, della Repubblica e non dello Stato- già trasformata in azienda dalla precedente riforma - è un’erogatrice di servizi rivolti a clienti da soddisfare, quasi esclusivamente sul piano di una preparazione professionale e non su quello culturale e della formazione di un pensiero critico, in sintonia con le potenzialità di ciascuno. Una scuola per preparare lavoratori ( se troveranno un lavoro), e non persone, cittadini nella più completa accezione del termine.
Del resto anche i docenti si stanno riducendo ad essere "macchine da lavoro", privati delle loro peculiarità professionali e decisionali, della possibilità di creare un rapporto autentico con gli studenti, per servire un’azienda che deve tenere i contatti con altre aziende commerciali del territorio e accontentare tutte le richieste dell’utenza, in modo differente, tra l’altro da regione a regione e in base anche alle risorse finanziarie.
Ma il paradosso si fa evidente quando ci si sofferma sull’iscrizione anticipata di sei mesi da parte degli alunni della scuola dell’infanzia e della scuola elementare. La ministra, non ha molto a cuore il loro destino, la loro formazione, non tenendo conto che, nel primo caso, all’età di due anni e mezzo il bambino ancora non ha raggiunto una piena autonomia da consentirgli un percorso adeguato per quel tipo di scuola. La scuola dell’infanzia assume così diversi connotati e cioè ritorna ad essere un luogo di assistenza tipo asilo-nido, mettendo in seria difficoltà anche le insegnanti per gli ovvi problemi che dovranno affrontare. Anche nel secondo caso, anticipare di sei mesi l’iscrizione significa creare disagi psicologici per bambini e disagi didattico-organizzativi per il corpo docente.
Mi pare, quindi che sono tutte chiacchiere i discorsi sull’importanza dei docenti considerati i protagonisti della scuola che cambia e sul benessere degli alunni!
Ma l’omissione che mi sembra la più grave è in riferimento alla totale assenza di una prospettiva interculturale e di come saranno considerati gli studenti portatori di handicap. Anche in questo caso la ministra ha i paraocchi e non si accorge che siamo immersi in una realtà multiculturale, multireligiosa e non priva di situazioni problematiche, che non può e non deve essere ignorata o addirittura esclusa in una riforma scolastica. Quando leggo che " sono favorite la formazione spirituale e morale, lo sviluppo di una coscienza storica e di appartenenza alla comunità locale, nazionale ed alla civiltà europea", mi chiedo: che tipo di spiritualità e moralità? Che tipo di coscienza storica? Entra in ballo, quindi la questione della laicità della scuola, che, purtroppo sta assumendo sempre più la connotazione confessionale a senso unico, favorendo discriminazioni e dissonanze.
Sicuramente non avrò esaurito e individuato tutti i punti oscuri, ma concludo esprimendo molte perplessità sulla qualità del servizio che la Moratti intende proporre, visto che la sua politica scolastica si concretizza in un panorama di tagli al personale docente e in una logica di risparmio…
Che abbia davvero molta considerazione di noi docenti e che abbia riposto una segreta speranza nel nostro buon senso, tanto da indurci a lavorare gratis?